Sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) nelle ultime settimane si sono levate diverse autorevoli voci di rappresentanti del Terzo settore per rivendicare l’importanza che l’economia sociale potrebbe avere nel decretarne il suo successo. Il PNRR è il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito di Next Generation EU, strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19 –

«Il Piano nazionale di ripresa e resilienza nella sua prima versione – si può leggere su www.vita.it – si era completamente dimenticato del Terzo settore. Poi, dopo la protesta di tanti, dentro e fuori il Parlamento, la versione approvata in Consiglio dei ministri destina una manciata di risorse per irrobustire la struttura e la capacità di intervento del Terzo settore nominato più volte nell’ultima versione. Mantenendo però ancora il Terzo settore in un meccanismo ancillare rispetto alla pubblica amministrazione.»

Il mancato riconoscimento del ruolo chiave che potrebbe avere il Terzo settore nel definire e attuare il Piano, a parere di Stefano Zamagni, economista ed ex-presidente dell’Agenzia Nazionale del Terzo settore, «è il segno dell’arretratezza culturale di un governo e di una burocrazia che rinuncia al dialogo e all’ascolto di chi, stando tutti i giorni sui territori a contatto con i bisogni, potrebbe dare un formidabile contributo nella costruzione di politiche davvero efficaci»

Il portale dedicato al racconto sociale, al volontariato, alla sostenibilità economica e ambientale e, in generale, al mondo non profit, ha proposto un sommario elenco della presenza e della necessità del Terzo settore nelle direzioni già previste dal PNRR, così formulato:

  1. nel settore della cultura dove accanto alle auspicate “imprese creative e artigianali” ci sono decine di migliaia di organizzazioni di Terzo settore che già gestiscono attività culturali tra cui anche “progetti per investimenti su luoghi identitari sul territorio”;
  2. nel settore dell’agricoltura sostenibile e dell’economia circolare, dove le forme cooperative costituiscono uno dei maggiori player e stanno portando avanti importanti innovazioni sia nel rendere più sostenibili le produzioni delle aziende associate, che nel recupero delle terre incolte;
  3. nel potenziamento delle competenze e del diritto allo studio dove le varie organizzazioni di Terzo settore garantiscono già ora, avendovi spesso investito proprie risorse, tutta l’offerta privata di scuole per l’infanzia, un grande numero di asili nido e praticamente tutti i servizi territoriali di sostegno ai minori con difficoltà di apprendimento;
  4. nelle politiche del lavoro dove gli interventi richiamati vedono già ora il Terzo settore e le imprese sociali in prima linea: nel servizio civile, nell’inserimento lavorativo di persone vulnerabili o svantaggiate, negli interventi sui Neet;
  5. negli interventi di coesione territoriale dove era certamente meglio richiamare il potenziale ormai consolidato delle esperienze di amministrazione condivisa e delle cooperative e imprese di comunità.
  6. negli interventi per “potenziare e riorientare il SSN verso un modello incentrato sui territori e sulle reti di assistenza socio-sanitaria” dove già oggi non è possibile prescindere dalle attività che vedono impegnate organizzazioni di Terzo settore e imprese sociali: dal servizio di trasporto infermi alle varie forme di assistenza e medicina domiciliare.

Il Terzo settore – è un dato di fatto – ha sempre più una funzione di regia, insieme alle amministrazioni decentrate, nella realizzazione dei servizi alle persone e quindi del nuovo welfare. Siamo quindi consapevoli che non ci potrà essere effettiva misurazione d’impatto sociale del Nex Generation Ue, escludendo il modello di sussidiarietà circolare che vede una programmazione condivisa tra pubblicato,   privato e non profit.

 

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