Si tratta di uno di quei fatti che si sceglie di non raccontare. Per riguardo alle persone, per il timore di urtare la sensibilità di chi ne è coinvolto. E infatti non entreremo nei dettagli di cronaca. È una questione che chiede attenzione ma anche discrezione e delicatezza. “Liberato dai senzatetto il parcheggio dei vip di Cernusco sul Naviglio”. Così titolava un giornale locale nello scorso giugno. 

La situazione, di cui stiamo scrivendo, è nota a molti cernuschesi, specie a chi vive, e maggiormente frequenta, il nostro centro cittadino. Da subito questa vicenda ha diviso l’opinione pubblica tra chi invocava un intervento deciso e immediato da parte delle autorità e chi chiedeva tempo e pazienza, nel tentativo di trovare una soluzione adeguata e positiva.

Abbiamo chiesto a Giudo Brovelli, Vicepresidente delle Fondazione Cernusco SMS, una riflessione sull’accaduto che si allargasse, però, al più ampio tema del

Buongiorno Guido, qual è il primo pensiero che le suscita la vicenda?

Purtroppo, anche la nostra città, per quanto essa sappia rispondere generosamente a molte situazioni di disagio, non è esente da casi di povertà ed emarginazione, anche drammatici. Solo che la maggior parte di essi non sono immediatamente visibili e per questo non urtano la nostra sensibilità, il nostro quieto vivere. Quando però essi affiorano, diventano tangibili, entrano nel nostro vissuto, con il loro carico di sofferenza e fatica, generano in noi reazioni forti e contrastanti, che ci mettono in discus­sione. In questo caso… cacciarli? Ignorarli? Accoglierli? E quand’anche prevale la scelta della solidarietà, la risposta dell’altro, non sempre è immediata, entusiasta, positiva. Perchè essere povero ed emarginato, ha radici profonde, riporta a ferite mai sanate, a contraddizioni irrisolte.

Sembra che ci stia suggerendo di riportare l’attenzione sulla persona per leggere con occhi diversi questa vicenda…

Provate a immaginarvi un “groviglio” di sofferenze, fatiche, paure, una “babele” personale che neanche la persona stessa saprebbe spiegare e men che meno risolvere, un groviglio “umano” che chiede (e a volte nemmeno questo ha la forza, la capacità di fare) che qualcuno trovi il “bandolo della matassa” e provi con pazienza e dolcezza a dipanare questa situazione tanto complicata e dolorosa. E spesso è proprio questa sua fatica, questo suo disagio che rende il povero, l’emarginato, inavvicinabile, scomodo, lontano. Aiutare veramente un povero non è sempre un percorso di generosità e solidarietà che conduce a un successo sicuro, perchè chiede passaggi importanti e non scontati quali l’incontrare, l’aprirsi, il riconoscere, il fidarsi, il credere in una nuova opportunità. Chiede che ci sia qualcuno che si metta di fronte a te considerandoti persona o addirittura fratello, sorella. Questo pensiamo sia accaduto sulle scale del parcheggio dei vip. Questo crediamo sia utile e necessario raccontare.

Secondo lei, in che modo si può intervenire in casi come questo?

La solitudine, la povertà, il disagio, il freddo, la perdita di fiducia nelle persone e nel “mondo” che ti spingono inesorabilmente a chiuderti, a incattivirti, a emarginarti. E la fatica di molti a capire tutto questo (a volte comprensibilmente), fatica che però poi rischia di tramutarsi in rifiuto, in indifferenza. A quel punto la distanza si fa quasi incolmabile e anche chi è nel bisogno, arriva a rifiutare ogni proposta di aiuto. Fino a che, in un momento che non sappiamo indicare ma che sappiamo ci sia stato, due persone si fanno vicine. Non chiedono nulla. Offrono cose, parole, calore umano. E poi tornano. E ritornano. Si fanno “voce” della tua disperazione, del tuo rifiuto, della tua rabbia. E cercano per te, con te, una via d’uscita. Non è così facile, così romantico e indolore. Attese, fallimenti, frustrazioni si alternano a momenti di luce e di speranza. E passano giorni, settimane, mesi. Finché arriva un primo risultato. La costanza, la solidarietà di queste persone, che si sono fatte prossimo, apre una strada e il Comune può ripresentare la sua offerta.

Il risultato dell’atteggiamento delle persone e le risorse offerte dall’Ente pubblico sembrano però non essere risolutive…

Uno aderisce. L’altro no. Il parcheggio è “liberato”: capitolo chiuso? Chi con generosità si è speso per queste persone già ci indica una risposta. Segue con partecipazione e speranza il nuovo percorso di reinserimento sociale dell’uno e resta in apprensione per il futuro dell’altro. Non esiste il “lieto fine”, come piacerebbe a tutti noi. Ma resta la speranza che viene da quell’incontro, da ogni incontro tra persone. Che è una conquista quotidiana. A noi piace evidenziare l’attenzione, la sensibilità, la solidarietà di chi si è speso per queste persone, nel silenzio di notti fredde e scomode, senza troppi clamori. Piace sottolineare come il Comune si sia reso disponibile a ritornare in gioco, nonostante i precedenti fallimenti, e a elaborare un progetto, in un momento come questo (il tempo della pandemia) dove gestire ogni cosa è diventata un’impresa titanica.

In conclusione, cosa ha cambiato una situazione che durava da tanto tempo?

Lo ripeterlo: quell’incontro sulle scale del parcheggio. Se pur ritengo corretto che sia stato ripristinato il decoro pubblico, a noi piace evidenziare questo incontro tra persone. Un incontro di sguardi. Di anime. Di qualcuno che si mette di fronte alla tua fatica, alla tua rabbia, alla tua chiusura e ti offre il suo tempo e la sua attenzione. Ti ricorda che tu “vali”. Che sei importante. Tu vali il mio tempo. Scelgo di stare qui con te, piuttosto che altrove. Crediamo che questo possa cambiare il cuore e la vita di ogni persona. Non accadrà sempre, purtroppo. Ma sappiamo però che questo è richiesto ad ognuno di noi: “ogni volta che darete anche un solo bicchiere d’acqua a uno di questi miei fratelli, voi lo l’avrete dato a me”.